“Dobbiamo discutere seriamente se le comunità montane vanno mantenute oppure se non sia opportuno che anche quelle competenze siano affidate alla Provincia. Se si vuole difendere la nostra provincia e garantire lo sviluppo del territorio facciamola diventare veramente montana.”
Leggo questa frase all’interno del documento “il partito del NOI” che un gruppo di amici e compagni ha predisposto e sottoscritto in occasione del prossimo congresso provinciale del PD fissato per l’inizio di ottobre. Ho saputo che questa frase è stata considerata da taluni una forzatura improponibile, una contraddittoria liquidazione della legge che la Giunta Bresso ha approvato con la profonda riforma delle Comunità Montane in Piemonte. In particolare tale giudizio verrebbe espresso in primo luogo da Enrico Borghi che è il Presidente nazionale dell’UNCEM, oltre che autorevole esponente locale del nostro partito.
Personalmente sono invece d’accordo sulla necessità di riaprire la discussione su questo tema e cerco qui di argomentare la mia opinione. (segue)
In questi mesi, dopo l’approvazione di quella legge, si sono verificati una serie di circostanze o comunque sono venuti in chiaro alcuni intendimenti ben precisi e ormai consolidati:
– lo Stato ha sostanzialmente abolito i contributi a favore delle Comunità Montane;
– a livello locale l’ATO ha deciso di ridurre stabilmente il ristorno delle tariffe dell’acqua dal 5% originario al 3% (quasi 1.000.000 di euro all’anno in meno per il VCO); siamo distanti anni luce dagli ipotizzati 10 milioni di Euro all’anno citati dal Presidente Regionale dell’ UNCEM Lido Riba nel corso del recente dibattito svoltosi alla Festa della Montagna alla Lucciola;
– non ha trovato per ora riscontro legislativo il tema dell’abolizione delle Province o dell’ accorpamento delle Province piccole, ma rimane aperto il dibattito sul loro ruolo; nel contempo, norme già approvate ipotizzano proprio per le Province nuove competenze in varie materie, tra cui l’acqua e i rifiuti;
– per le Province montane (il VCO con Sondrio e Belluno e forse qualche altra) viene posta con forza l’idea che possano avere in futuro titolo per compartecipare alla gestione di risorse peculiari come l’energia idroelettrica prodotta in loco.
Inoltre, non è per nulla sopito uno degli aspetti che determinano nell’opinione pubblica un profondo distacco verso i partiti e soprattutto per “i politici” e cioè la sensazione che i costi della politica siano troppo alti e che sia opportuno ridurre gli enti, ridefinendone le funzioni. Non è solo demagogia, è anche un’esigenza oggettiva non solo per ridurre i costi, ma anche per evitare sovrapposizioni di funzioni e per garantire maggiore efficienza ed efficacia.
Di fronte a questa situazione, le nuove Comunità Montane si trovano – oggettivamente e indipendentemente da chi le amministra pro tempore – di fronte ad una enorme sproporzione tra le risorse a disposizione (molto scarse) e le ipotetiche importanti funzioni che la nuova legge affida loro (non solo unioni di comuni per esercitare in maniera consortile funzioni non più gestibili a livello di singoli municipalità, ma addirittura agenzie per lo sviluppo del territorio). La realtà è che i Bilanci a disposizioni servono a mala pena a gestire stipendi, indennità e ordinarissima amministrazione.
Dobbiamo allora buttare a mare tutte le Comunità Montane e, insieme a loro, lo sforzo positivo di razionalizzazione che la Regione di centro sinistra ha messo in campo?
Credo che sia possibile ragionare, senza alcun tabù. Penso sia possibile individuare una architettura degli enti locali che non debba per forza di cose essere univoca e uguale in tutte le situazioni. Vorrei avanzare una proposta, come si dice, a geometria variabile, che peraltro riassume idee e valutazioni che sono già emerse nei dibattiti su questi temi:
– le Province nelle aree metropolitane vanno abolite suddividendo le funzioni tra Comune capoluogo e la stessa Regione (era esattamente la tesi del centro sinistra per le elezioni politiche);
– le Province piccole, non prevalentemente montane, vanno accorpate (per fare un esempio concreto penso a Novara, Vercelli e Biella), affidando loro nuove competenze in varie materie ora gestite centralmente dalle Regioni;
– le Province prevalentemente montane (che sono anche piccole Province in termini di popolazione) mantengono la loro autonomia assumendo non solo le funzioni delle altre Province, ma compiti aggiuntivi (quelli delle Comunità Montane, salvo specifiche funzioni intercomunali) e rivendicano giustamente la compartecipazione a quelle risorse (energetiche in particolare) che caratterizzano i loro territori; per garantirsi appunto quelle indispensabili risorse supplementari rispetto ai costi “non standard” dei servizi e della gestione delle opere pubbliche in territori montani;
– le Comunità Montane rimangono tali nelle Province non prevalentemente montane per occuparsi di quanto la legge regionale ha conferito loro (riprendendo il mio esempio precedente, penso alla Valsesia e al retroterra montano di Biella).
Discutere di queste proposte, anche in sede di congressi locali del PD, mi pare che sia non solo legittimo e doveroso, ma che potrebbe configurare un salto di qualità nei confronti dei cittadini e degli amministratori che si aspettano qualcosa in più del semplice rivendicazionismo o della conservazione dell’esistente. Credo che potrebbe essere anche un proficuo terreno di proposta per l’UNCEM.
Gianni Desanti, componente la Segreteria Provinciale del PD
Un milione e 400 mila firme, raccolte in meno di tre mesi, a sostegno del referendum contro la privatizzazione forzata dell’acqua. Un primo risultato il Forum italiano dei movimenti per l`acqua l’ha già ottenuto: con centomila firme in più di quello sul divorzio del 1974 è il referendum con il maggiore sostegno popolare della storia italiana. Segno che l’argomento è sentito e suscita un sentimento , largo e diffuso, d’indignazione civile. Questa valanga di firme , stipate in scatoloni negli uffici del vecchio Palazzo di Giustizia di Roma, sede della Cassazione, sono ben più che sufficienti ( ne bastano 500 mila e ce ne sono tre volte tanto) e la Consulta , entro febbraio, dovrà dire se i quesiti sono ammissibili e , quindi, indicare i termini della consultazione elettorale. Dato tutto ciò per scontato, bisogna anche dire che in questa giustissima battaglia lo strumento referendario da solo non basta. E’ inadeguato sia per la scarsa efficacia dimostrata negli ultimi anni (24 referendum persi su 24 negli ultimi 15 anni per mancato quorum) , sia perché sua natura abroga leggi senza definirne di nuove e più efficaci. Accanto alla spinta referendaria occorre formulare una proposta complessiva di gestione del servizio idrico integrato, con un progetto di legge di riforma che coinvolga amministratori locali e cittadini e che metta al centro la risorsa acqua per sua natura pubblica, da rendere disponibile a tutti e da preservare. Il Pd è su questa lunghezza d’onda e fa bene.Non si può dare maggiore equilibrio e razionalizzazione alla gestione dell’acqua (che è, ricordiamocene, un bene scarso ) con la privatizzazione e con l’espropriazione di ogni potere decisionale da parte degli enti locali. l’acqua è necessariamente un bene pubblico e lo sono anche le infrastrutture del servizio idrico che vanno gestite con criteri di efficienza ed economicità, secondo logiche industriali in grado di assicurare costi sostenibili e qualità del servizio. Temi dei quali, nel recente passato, mi sono occupato direttamente, come amministratore dell’allora Acque Cusio SpA. Per questo sono convinto che si possa far molto per prelevare e gestire l’acqua secondo criteri efficienti, assicurando la migliore manutenzione delle reti di distribuzione, combattendo ogni forma di spreco, garantendo tariffe eque. Si può fare con regole e norme certe, in sintonia con lo spirito del referendum. Serve un disegno riformatore che riparta dall’ispirazione positiva della legge Galli, ancora non del tutto attuata a distanza di sedici anni, riconosca e valorizzi il ruolo fondamentale degli enti locali nelle scelte di affidamento del servizio, porti alla realizzazione degli investimenti necessari per migliorare il servizio idrico integrato ( stimati , in tutt’Italia, in circa 60 miliardi di euro), preservando i corpi idrici e garantendo la depurazione anche a quel 34% di popolazione non ancora servita.
“Sorella Acqua”. È questo il titolo della Manifestazione/
Sono settimane che circola la notizia che la società pubblica Valle Ossola spa, deputata alla raccolta e allo smaltimento dei rifiuti nei comuni della parte nord dell’Ossola, si trovi in una preoccupante situazione economica e finanziaria.