Manovra economica: il documento della segreteria del PD del VCO.

Pubblichiamo il documento elaborato da Antonella Trapani e dalla  segreteria PD VCO sul tema della manovra di ferragosto e presentato oggi (lunedì 29 agosto) in conferenza stampa (clicca qui).

La crisi ha messo l’acceleratore alle richieste di riforma che provengono dai cittadini e ha fatto partorire al Governo un decreto che, il Partito Democratico del Vco, respinge fortemente perché assolutamente inadeguato all’esigenza di far crescere il Paese e perché colpisce i “soliti noti” e non chi finora non ha mai pagato: ossia gli evasori fiscali. Si parla di 20 miliardi recuperati da deleghe assistenziali e fiscali di cui non si sa nulla, mentre le clausole di salvaguardia sono un taglio colossale delle detrazioni fiscali pari al 20%, a scapito delle famiglie, e all’incremento di tassazioni indirette e accise. Siamo di fronte ad un complesso di provvedimenti che mettono in discussione la tenuta dello stato sociale e che prevedono un’ulteriore e insostenibile riduzione del perimetro di intervento del pubblico. La soppressione delle festività civili implica, oltre ad un impatto culturale inaccettabile, un effetto depressivo sui consumi, senza miglioramenti significativi sulla produttività. Gli interventi sulle relazioni industriali e sui rapporti di lavoro sono un’intromissione nell’autonomia delle parti sociali.
Il Partito Democratico intende correggere alla radice le iniquità della manovra ed introdurre interventi per lo sviluppo sostenibile ed è per questo che ha presentato a livello nazionale un suo pacchetto di proposte alternative. Come è sempre più chiaro, è la battaglia per la crescita e l’occupazione, in particolare giovanile e femminile, la vera sfida da vincere nel rispetto degli ineludibili vincoli di finanza pubblica. E’ una sfida che riguarda l’Italia e l’Europa.
Per quanto riguarda la riforma dello Stato e degli enti locali, il Partito Democratico del Vco ritiene che una riorganizzazione non debba essere finalizzata ad un nuovo equilibrio interno ai poteri della Repubblica ma ad offrire a cittadini, comunità ed imprese servizi sociali ed economici degni di un paese occidentale. Ed inoltre una riforma è impossibile farla se continuano i tagli orizzontali ai loro bilanci, che stanno riducendo a quasi “zero” l’autonomia di questi enti. Altro che federalismo.
Bisogna cambiare radicalmente l’ottica della manovra, mettendo però da parte ogni autoreferenzialità ed ogni tentazione conservatrice. Per questo non ci dobbiamo sottrarre al confronto e siamo contrari ad un’impostazione puramente rivolta al mantenimento dello status quo.
Le istituzioni che fronteggiano la globalizzazione, la crisi economica mondiale, le nuove questioni di fondo del pianeta (clima, migrazioni, cibo, rivoluzione numerica) non possono essere le stesse che ci hanno retto fino ad oggi. Bisogna innovare, pena una crisi di autorevolezza della democrazia locale. C’è il rischio che se non si prendono le dovute contromisure, i cittadini confondano i costi della politica con i costi della democrazia e della rappresentanza: è un pericolo che come partito non possiamo far correre al paese, ma per compiere ciò bisogna farla finita con i distinguo e con le difese ad oltranza di tutto. Il Paese va modernizzato, ce lo chiedono i cittadini, i lavoratori, le imprese, i giovani. Per il PD la via è chiara: non si salverà la giusta e necessaria funzione pubblica degli enti locali se non rinnovandola, qualificandola, correggendone i limiti e le storture.
Ciò che riteniamo inoltre inaccettabile è che si voglia riformare il sistema degli enti locali a colpi di decreto, facendo leva sull’eccezionalità della crisi e non attraverso il confronto con le autonomie locali. Per questo chiediamo che siano stralciati dal decreto gli art. 15 e 16 (che limita la rappresentanza democratica e non produce reali risparmi di spesa) e che si dia mandato al Parlamento di riprendere la legge sulla “carta delle autonomie” fermo al Senato e di portare a conclusione il suo iter entro la fine di settembre.
Il Partito Democratico nazionale “da sempre ha ribadito la necessità del superamento delle province con l’istituzione delle città metropolitane, la contrarietà all’istituzione di nuove province e la riduzione delle province esistenti” (dalle dichiarazioni ufficiali di Bersani e Franceschini sul sito ufficiale del PD nazionale) ed è per questo ha presentato a luglio un suo progetto di legge in materia che delega le competenze per le ripartizioni alle Regioni.
Crediamo che il Vco possa continuare ad esistere come Provincia solo se adeguatamente provvisto di risorse e nuove funzioni: non ha senso una battaglia di difesa fine a sé stessa, magari solo per rincorrere qualcuno del centro destra. La riforma deve ottenere il superamento delle duplicazioni, delle sovrapposizioni di competenza, della confusione di ruoli tra Stato, Regioni ed Enti locali. Purtroppo ancora siamo lontani da questo traguardo.
Non può esistere una provincia come la nostra senza una radicale riduzione delle società partecipate ed eliminazione di enti, agenzie ed organismi, intermedi e strumentali, con attribuzione delle funzioni e delle rispettive risorse alla stessa provincia. Per questo abbiamo sostenuto la battaglia sull’approvazione dell’autonomia del VCO. L’attuale sistema riduce la forza programmatrice e di governo spezzettando le stesse competenze in più soggetti.

Ribadiamo e denunciamo il fatto  che oggi la provincia del Vco non riesce a togliersi di dosso il ruolo di supercomune clientelare che distribuisce prebende, una specie di “fondazione” bancaria che elargisce fondi, pochi, a enti locali, sempre più impoveriti.  Il fatto di avere risorse economiche in questo senso non è così importante se si abdica al proprio ruolo di programmazione.
C’è da decidere. O una Provincia forte con la soppressione degli enti intermedi e lo spostamento delle competenze ad essa o una provincia più grande con la valorizzazione degli enti intermedi, magari prevedendo una forma unica di gestione pubblica per i servizi e i beni pubblici del territorio, come ad esempio, acqua, rifiuti, trasporti ed energia. Alla base della nostra proposta ci deve essere l’impegno a definire con chiarezza “chi fa cosa”, cancellando le zone d’ombra, le posizioni di rendita, i poteri di interdizione. Anche se, l’esito della discussione di questi giorni sulla manovra in parlamento, potrebbe portare ad una soppressione totale delle province, riaprendo quindi un nuovo scenario.
Siamo contrari alla cancellazione forzata dei piccoli Comuni perché si abbandonerebbero dei territori e si chiuderebbe un rapporto tra le comunità e le istituzioni che, anche in momenti difficili, è stato salvaguardato dal Comune, siamo invece favorevoli a una forte modernizzazione dei poteri locali che così non possono.
Questa scelta “venduta” come una delle misure necessarie per operare i risparmi che si rendono non più rinviabili è, francamente, una stupidaggine che può creare molti problemi senza raggiungere un solo risultato utile, soprattutto nella parte che prevede l’accorpamento obbligatorio delle realtà municipali inferiori ai mille abitanti e la soppressione delle Giunte e dei Consigli comunali in queste realtà, introducendo la figura antidemocratica del sindaco-podestà.
I comuni vanno sostenuti con strumenti concreti (come ha fatto la precedente giunta di centrosinistra in Regione): incentivando le funzioni associate, semplificando le procedure amministrative, riducendo il co-finanziamento a loro carico nell’accedere alle risorse regionali, favorendo il riequilibrio insediativo e il recupero del patrimonio edilizio dei centri abitati nelle piccole realtà montane, attraverso finanziamenti per chi trasferisce in montagna residenza e attività economica sostenendo le attività commerciali in quelli più marginali e con meno abitanti, attraverso agevolazioni tributarie e interventi di sostegno a queste attività.
Pensiamo anche che la fusione dei piccoli comuni sia auspicabile, ma debba arrivare con una decisione delle comunità locali (anche per via referendaria) e non dai decreti. Ricordiamo che in alcuni comuni di Valle spesso si organizzano liste importando candidati da varie parti della provincia o con candidati sindaco non residente. La partecipazione è ai minimi storici, i piccoli e medi comuni hanno problemi di organico, una maternità di fatto può bloccare un ufficio per un anno, molti servizi non hanno un responsabile in pianta stabile, i segretari comunali sono sempre e comunque a scavalco, ci sono difficoltà a gestire i servizi che spesso devono essere esternalizzati con costi aggiuntivi. I bilanci sono sempre assolutamente e perennemente in difficoltà e ovviamente non si può pensare di avere più risorse a breve.
Il pulviscolo e la frammentazione amministrativa e gestionale vanno superati. E deve risultare chiaro che la messa a fattore comune dei poteri per un governo più efficace ed efficiente è l’altra faccia o l’altra possibilità rispetto all’eventuale riduzione dei livelli istituzionali previsti dalla Costituzione. Ineludibile è il risultato da raggiungere, condizione per la ripresa di un rapporto positivo e di fiducia con i cittadini.
Infine riesce difficile definire l’atteggiamento che i leader locali del Popolo della Liberta e della Lega Nord hanno assunto in merito alla soppressione della Provincia e sull’accorpamento dei comuni. Cattaneo, Zanetta, Nobili, Zacchera, Montani, Airoldi, Bendotti (!) si sono spintonati sui giornali per dirci quanto sia intollerabile la perdita della provincia e insopportabile quella dei piccoli comuni. Ma non provano un briciolo di vergogna, visto che la decisione di sopprimere province e comuni è stata presa da un Governo formato dai loro stessi partiti? Non si vergognano gli Zacchera, i Montani, gli Zanetta di essere stati nominati (non eletti!) in una coalizione che nel 2008 sbandierava proprio la soppressione delle province come uno dei punti qualificanti del programma Berlusconi Presidente? Non misurano costoro il discredito che vanno raccogliendo a piene mani nell’opinione pubblica in questi giorni, tentando pateticamente di scindere le loro responsabilità da quelle del Governo che sostengono in Parlamento e sul territorio?

Il PD del VCO presente alla festa nazionale del PD a Pesaro

“L’Italia di domani”: è lo slogan della Festa Democratica 2011 che si svolgerà a Pesaro dal 27 Agosto all’11 Settembre. (clicca qui per il link al sito della festa).
Vogliamo sottolineare, con una punta di orgoglio, che quest’anno anche il Vco sarà presente a Pesaro arricchendo la già ampia scelta gastronomica.
Fra i tanti luoghi diversi e altrettanti menù intriganti e per tutti i gusti è stata offerta la possibilità al Circolo PD di Villadossola di esportare un’esperienza che da alcuni anni caratterizza l’offerta di ristoro della nostra Festa Democratica nazionale sulla Montagna:  il RISTORANTE “LE REGIONI D’ITALIA” di Via Gavardini a Pesaro sarà gestito dai Circoli PD Cinque Torri – Le Colline – e Villadossola.
Ogni sera il menù sarà ricco di piatti tipici e caratteristici, facendo da specchio alla regione protagonista della serata. Il ristorante proporrà anche un gustoso menù per bambini.
In generale saranno oltre 100 i dibattiti politici che segneranno la volontà del PD ad aprire il confronto con tutti per delineare l’Italia di Domani.
Un invito rivolto a tutti, partiti di governo e di opposizione, forze sociali e associazionismo. Di grande importanza gli appuntamenti politici che vedranno la partecipazione di tutti i dirigenti del PD,che si confronteranno con gli altri leader dell’opposizione da Casini a Vendola a Di Pietro a Rutelli, da Italo Bocchino a Oliviero Diliberto, a Paolo Ferrero, Angelo Bonelli e Mario Staderini.
Ci sarà il Ministro degli Interni Roberto Maroni  e i leader sindacali,Camusso, Bonanni, Angeletti, con i nuovi sindaci Fassino, Pisapia e De Magistris e con tutti i principali protagonisti della politica italiana. Gran finale conPierluigi Bersani che chiuderà la Festa il 10 Settembre in piazza del Popolo.
Un Festival che si snoda nello splendido centro storico di Pesaro, con le piazze e i cortili che faranno da cornice ai dibattiti e ad una sorta di “seconda serata” dedicata agli incontri con le storie di uomini e donne che hanno fatto delle scelte importanti: “La vita, istruzioni per l’uso”, da Franca Valeri a Carla Fracci a Monica Guerritore,da Don Mazzi a Giuseppe Di Piazza, da Marco Bellochio aValerio Massimo Manfredi,da Margaret Mazzantini ad Alessandro Bergonzoni a Renzo Arbore al campione di nuoto Filippo Magnini, daPierluigi Vigna a Piero Grasso, a un protagonista della primavera araba come il blogger Hassan Al Djhami, con tantissimi altri ospiti.
Insieme alla rassegna dei film al Cinema Astra dedicata a Ettore Scola, presente alla Festa il 28 agosto, di grande rilievo le presentazioni di libri, più di 50 titoli, momenti d’impegno e occasione di socialità.

Assembela aperta della CGIL martedì a Fondotoce.

Riceviamo con richiesta di pubblicazione.
La Segreteria Nazionale della CGIL ha proclamato per Martedì 6 Settembre 2011 OTTO ORE DI SCIOPERO GENARALE.
La gravità della crisi, la inadeguatezza e le ingiustizie presenti nei provvedimenti che il Governo intende adottare rendono straordinaria la nostra iniziativa .
Per preparare al meglio l’iniziativa , per una puntuale informazione sulle proposte della CGIL e sulle motivazioni che hanno portato a questa situazione , oltre alla preparazione sul territorio, si rende necessario convocare un ATTIVO PROVINCIALE aperto dei Delegati, delle RSU e degli attivisti sindacali MARTEDI’ 30 AGOSTO ORE 9,00 Presso CASA della RESISTENZA Verbania Fondotoce .
Vista l’importanza della riunione, sarà presente il Segretario Generale della CGIL Piemontese Alberto Tomasso.
In attesa di incontrarci, vi invio fraterni saluti.
Il Segretario Generale della CGIL VCO
Giuseppe Mantovan

Enti Locali: le proposte del pd nazionale.

Ieri, il segretario nazionale dle PD Bersani ha presentato le proposte alternative del PD all’attuale manovra di Ferragosto presentata dal governo.
Pubblichiamo la parte relativa alla riforma degli enti locali visto il dibatttito che si è acceso nel VCO. (la proposta completa è scaricabile cliccando qui).
Istituzioni più snelle e taglio ai costi della politica.
Interventi per riorganizzare e ristrutturare l’assetto istituzionale centrale e territoriale e le pubbliche amministrazioni. In particolare: dimezzamento del numero dei
parlamentari; interventi sistematici e coordinati su Regioni, Province, Comuni per lo snellimento degli organi di rappresentanza e di governo, per l’obbligo della gestione associata di tutte le funzioni nei comuni con meno di 5000 abitanti (e profonda revisione dell’articolo 16 del Decreto che limita la rappresentanza democratica e non produce reali risparmi di spesa), il dimezzamento delle Province o, in alternativa, la loro trasformazione in enti di secondo livello; accorpamento degli uffici periferici dello Stato, radicale riduzione delle società partecipate da Regioni, Province e Comuni ed eliminazione degli organi societari per le società “in house” (oltre 50 mila incarichi), soppressione di enti, agenzie ed organismi, intermedi e strumentali, (consorzi di bonifica, bacini imbriferi montani, enti parco
regionali) con attribuzione delle funzioni a Regioni province e comuni, centrale unica per gli acquisti di beni e servizi per ogni articolazione delle pubbliche amministrazioni; riavvio della spending review, per realizzare, per ciascuna amministrazione, veri e propri piani industriali, introdurre best practices e costi standard; revisione delle norme sugli appalti, in particolare per una drastica riduzione del numero delle stazioni appaltanti.

Province si o no: intervista a La Stampa del segretario provinciale Antonella Trapani

Per mantenere in vita la Provincia solo per avercelo scritto sulla carta d’identità è meglio chiuderla». A sostenerlo è Antonella Trapani, segretario provinciale del Partito democratico.
Quindi è a favore della manovra del Governo?
«Non ha senso battersi per avere un ente se poi questo non può disporre di risorse che gli permettono di progettare il futuro. Quando è nato il Vco c’erano determinate risorse, che ora non ci sono più. L’unica salvezza per mantenere in vita la Provincia potrebbe essere il riconoscimento dell’autonomia, sempre se alla dichiarazione di principio farà seguito un’agevolazione economica. Questo lo spero, ma la vedo dura andare a chiedere in Regione più soldi per una realtà di 160 mila abitanti in un periodo come quello attuale».
Tutto il partito è d’accordo con la sua posizione?
«Certo che no, c’è un dibattito anche al nostro interno, come del resto anche in casa d’altri».
Zacchera ha detto che voterà contro la manovra del Governo e Zanetta proponeva di salvare il Vco “annettendo la Valsesia”. Cosa ne pensa?
«Perché Zacchera non ha votato contro in tutti quei provvedimenti che tagliavano i trasferimenti agli enti locali o ai vari condoni? Con i dovuti emendamenti che porterà avanti il Pd, io sarei disposta a votare sì, per non affossare in pieno un tentativo di cambiamento. Sulla Valsesia la proposta mi lascia decisamente perplessa. Mi sembra questa una strada molto poco percorribile e soprattutto una scusa trovata da alcuni politici per difendersi di fronte ai loro elettori. E poi la Valsesia sarebbe d’accordo a venire con il Vco? Non vedo male invece una provincia con Biella, Novara e Vercelli. Ho però il timore che all’ultimo riusciranno a tenere in vita il Vco, ma senza la garanzia di risorse: in questo modo non vedo vantaggi per il territorio».
Quindi è un problema di risorse?
Riportiamo il testo dell’intervista uscita oggi 17 agosto.
«Ci preoccupiamo degli enti che sopprimono o uniscono, ma non si spende una parola sui drastici tagli ai trasferimenti con cui devono fare i conti gli amministratori. Se fossi un sindaco, mi sentirei in grande disagio nei confronti di chi mi ha eletta: ad agosto i Comuni non hanno ancora la certezza di quanti soldi arriveranno dallo Stato. E’ assurdo».
Cosa ne pensa della fusione tra piccoli comuni?
«Ai cittadini non credo interessi avere il municipio sotto casa. La gente vuole servizi all’infanzia, per gli anziani, strade senza buchi, a prescindere da quale sia il sindaco. La fusione va bene ma deve essere a due condizioni: che parta dal basso, sentendo la volontà dei territori, magari anche tramite un referendum. E poi deve essere fatta per garantire una qualità migliore di vita alla gente che vive nelle piccole realtà e non con l’unico scopo di ridurre la spesa. Non ripresentino poi la figura del podestà, che da solo svolge il compito di sindaco e giunta: ai piccoli Comuni non togliamo anche la democrazia».

Riforma degli enti locali: siamo sicuri che i cittadini non la vogliano?

Giorgio Ferroni

E’ evidente che il CLAMOROSO limite della proposta del governo sta nel obbligare i comuni e le province ad una fusione forzata organizzata con un blitz realizzato nel periodo estivo su richiamo della BCE; anche perché questo NON è UN FULMINE A CIEL SERENO: L’abolizione delle province era uno dei punti del programma della PDL del 2008; Novara Biella e Vercelli stanno da mesi lavorando per mettere in comune strutture e servizi; Il progetto Calderoli, in discussione ad ottobre prevede l’obbligo della gestione associata dei servizi per i comuni con popolazione inferiore ai 5000 abitanti.
Tutti sapevano che si sarebbe arrivati a questa situazione perché non si è aperto per tempo un tavolo per costruire, dal basso, assieme alle amministrazioni locali in cui la politica mettendo anche se stessa in discussione richiamava tutti ad un assunzione di responsabilità? Perché non si sono abolite anche le province metropolitane che sono le più inutili di tutte? Che fine faranno le comunità montane? Come si interfaccia questo DL con la proposta Calderoli?
La risposta è che il governo non ha un idea rispetto ad un riassetto complessivo dello stato, aveva altre priorità su cui si è concentrato (vedi processo breve).
Il nostro partito deve però mettere in campo una proposta bandendo definitivamente tutti i  timori che l’hanno fin qui rallentato perché la questione di una RIFORMA SERIA DEGLI ENI LOCALI E’ COMUNQUE INELUDIBILE e percepita da cittadini, amministratori e dipendenti come una necessità.
Per troppi anni la pubblica amministrazione ha sperperato e abusato di assunzioni e spese fuori mercato e questo ha contribuito non poco al dissesto economico del paese, ora il tempo delle vacche magre è arrivato e semplicemente non ci si può permettere un sistema di questo tipo. Quindi è dovere del PD essere il patito della proposta e non della conservazione anche perche questo paese non è più quello di quaranta anni fa. Nel nostro specifico i comuni di montagna un tempo non depuravano l’acqua, non facevano il trasporto scolastico ne i servizi sociali, ora un comune di 500 o 1000 abitanti poco conta, o fa questi servizi in forma associata o non li fornisce.
Ovviamente ha ragione chi afferma che il costo degli amministratori locali non è il vero problema.  Il vero problema è avere delle strutture che abbiano un’organizzazione tale per cui gli enti pubblici possano gestire con criteri di trasparenza ed economicità le funzioni legate ai servizi fondamentali e questo, è inutile che ci si giri intorno, lo si può avere solo razionalizzando (rendere razionale più adeguato e rispondente allo scopo” – zingarelli) ed unificando enti e servizi.
Rispetto alla questione dei comuni come presidio della democrazia diretta mi sembra che sia un aspetto abbastanza teorico, ma se guardiamo al nostro territorio abbiamo una serie di esempi che  mostrano come molto spesso i comuni siano un terreno di conquista per avere un posto in enti di secondo grado, visibilità et..
Ricordo i comuni della Valle Cannobina (falmenta Gurro et..) dove spesso si organizzano liste importando candidati di varie parti della provincia, a Gurro dei 150 residenti oltre la metà sono solo formali, gli altri vivono in Svizzera e due anni fa non avendo raggiunto il 50% dei votanti il comune è stato commissariato, o il comune di Seppiana amministrato da chi risiede altrove, il comune di Trasquera (molto ci sarebbe da dire) che per tre mandati ha avuto un sindaco non residente, il comune di Montecrestese  che pur avendo 1100 abitanti non riesce ad esprimere più di una lista; il comune di Bognanco dove sistematicamente si candidano non residenti per avere il posto in Comunità Montana et..
La partecipazione è ai minimi storici, anche in comuni medi come Crevoladossola ci sono delle oggettive difficoltà ad avere adesioni a liste amministrative e i consigli comunali sono sostanzialmente deserti rispetto al pubblico.

Comunque a parte tutto poniamoci delle domande: l’attuale sistema delle autonomie locali è funzionale per dare servizi ai cittadini?
Evidentemente la risposta è no. I piccoli e medi comuni hanno problemi di organico, una maternità di fatto può bloccare un ufficio per un anno; molti servizi non hanno un responsabile in pianta stabile; i segretari comunali sono sempre e comunque a scavalco; ci sono difficoltà a gestire i servizi che spesso devono essere esternalizzati con costi aggiuntivi.
Siamo consapevoli che nessuno dei sette comuni della Valle Vigezzo (escluso Santa Maria) ha un tecnico comunale in pianta organica, che di media i comuni vigezzini aprono lo sportello per due ore a settimana con tecnici professionisti esterni che  vengono retribuiti a fattura.
I bilanci sono sempre assolutamente e perennemente in difficoltà e ovviamente non si può pensare di avere più risorse a breve.
Pensiamo alla Comunità Montana Ossola, è sostanzialmente in stand bye da due anni, eroga finanziamenti con grande difficoltà  e se facciamo un rapporto fra servizi erogati e costi  di funzionamento abbiamo un valore assolutamente basso.

Siamo proprio sicuri che i cittadini siano così indissolubilmente legati al municipio? Ovviamente se la scelta è avere lo stesso livello di servizi attuale senza avere la rappresentanza municipale non c’è nessun vantaggio per i cittadini, ma se a questi si proponessero servizi migliori in cambio di un accorpamento di enti la stragrande maggioranza accetterebbe senza problemi. Questo visto anche lo scarso livello di partecipazione alla vita amministrativa, perché alla gente interessa che se c’è un problema questo si risolva, non tanto chi lo risolve. Ovviamente presupposto fondamentale di un operazione di questo tipo è che non ci deve essere un solo problema di tagli ma la volontà di migliorare i servizi (non è purtroppo questa l’intenzione del governo).

Ovviamente è indispensabile pensare in qualche modo ad una futura gestione associata dei servizi, ma poniamoci una seconda domanda: Se realizziamo un unione di comuni che esercita in forma associata i servizi fondamentali attraverso una giunta formata dai sindaci che ruolo resta al consiglio comunale? I consigli comunali nei piccoli centri sono di solito di basso profilo e vengono convocati due – tre volte all’anno, dove ci sono almeno due liste c’è di solito un minimo di controllo della minoranza, altrimenti si ratifica quello che va in giunta, allora come mettiamo in campo un minimo di controllo (quello si democratico) sull’azione della giunta dell’unione? Pensiamo ad un consiglio tipo comunità montana con tutti i suoi limiti? Pensiamo ad un sindaco podestà come il centro destra (qui sarebbe veramente la morte della democrazia)? O forse non sarebbe meglio pensare ad un consiglio classico eletto direttamente dai cittadini con le preferenze, con una partecipazione allargata, maggiori risorse umane e di esperienza,  ma sul  bacino di elettori più ampio dell’Unione? Io credo sia la proposta più ragionevole, ed è però evidente che cosi si realizza di fatto l’unificazione dei comuni dell’Unione.

Giorgio Ferroni

assessore comune di Crevoladossola